Contacts +39 02 4547 1111|info@dronitaly.it

Droni mappano la posidonia ligure

2021-05-04T16:52:46+02:00 19 Aprile 2021|

Il progetto Arpal-Ateneo di Pisa per analizzare lo stato di salute dei fondali mediante un drone aereo e uno subacqueo.

Un drone aereo e uno subacqueo per monitorare lo stato di salute della posidonia in Liguria. L’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente si unisce al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa per una sperimentazione inedita in Italia. Ovvero: la doppia mappatura – dal mare e dal cielo, sempre con droni, senza l’uso di sub – della posidonia oceanica. La prima indagine è stata fatta a San Michele di Pagana, perla del Tigullio. L’obiettivo è proseguire per georeferenziare e stabilire lo stato di salute delle praterie esistenti in tutta la regione. I posidonieti monitorati da Arpal, in Liguria, sono una ventina: dall’estremo Ponente di Mortola all’estremo Levante di Punta Mesco e Palmaria, passando per Noli, Spotorno e Camogli.

La posidonia oceanica è una pianta sottomarina: prezioso alleato della biodiversità marina e della difesa dall’erosione costiera, è anche una fondamentale cartina tornasole dello stato di salute delle acque del mare. Arpal è capofila, per tutto il Mar Mediterraneo occidentale – dalla Liguria alla Campania, Sardegna inclusa – delle azioni specifiche della Strategia marina proprio sulla posidonia. In questo quadro si inserisce il lavoro di mappatura. E sono stati realizzati, da Ispra, anche due video per i bambini e i ragazzi.

Il drone aereo di Arpal è un Mavic 2 Pro, un quadricottero da 907 grammi. Ha un’autonomia da mezz’ora, è in grado di raggiungere i 70 chilometri orari ed è equipaggiato con una fotocamera ad alta definizione da 20 megapixel. A questo si affianca il drone subacqueo del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa: si chiama Zeno, è un robot sottomarino dotato di telecamera, sonar e intelligenza artificiale.

Zeno ha più di una particolarità. La prima: è completamente autonomo, non ha bisogno di essere teleguidato da chi è in superficie. La seconda: è in grado di mappare non solo sulla base delle immagini ma anche dei suoni. Il sonar di Zeno emette onde sonore che sono riflesse dal fondale, e poi captate di nuovo dai ricevitori del robot e analizzate per acquisire informazioni preziose su ciò che l’onda acustica ha incontrato durante il suo passaggio.

Non è stata casuale, la scelta di partire dal mare di San Michele di Pagana. Proprio qui, due anni fa, era stato condotto uno studio per capire le conseguenze, sui fondali, della mareggiata devastante del 29 e 30 ottobre 2018, quella dei megayacht finiti a centinaia sul litorale o affondate come balene morenti nel Golfo. «L’obiettivo è capire ora se e quanto la posidonia è stata in grado di riprendersi rispetto ad allora – spiega Federico Gaino, tecnico centro mare di Arpal – confrontandoci con i colleghi e con Ispra abbiamo deciso di portare avanti il monitoraggio dall’alto con drone. Perché sia fattibile servono tutta una serie di condizioni fra le quali la limpidezza delle acque. A questa georeferenziazione con foto mosaico dove ogni pixel ha la sua coordinata spaziale abbiamo sommato la mappatura tramite il drone subacqueo autonomo di Pisa».

L’analisi dello stato di salute è in corso. E si estenderà anche al resto della Liguria. «La posidonia nella nostra regione generalmente è in una situazione che possiamo definire buona e scende a un grado di sufficienza solo nelle aree di ancoraggio – afferma Gaino – che azioni possiamo mettere in atto, tutti? Prima di tutto tenere bene in mente che stiamo parlando di una pianta, non di un’alga come erroneamente pensano in molti, in grado anche di produrre fiore e frutti, che patisce in caso appunto di ancoraggi o di traumi che comportano il distaccamento dei fasci». Fornisce ossigeno. E funziona anche da nursery a protezione delle uova deposte. «A oggi le mappature sono sempre state portate avanti con l’utilizzo di sub. Un fatto, questo, che comporta anche maggiori rischi. L’utilizzo dei droni permette un monitoraggio anche più sicuro».

Fonte: Il Secolo XIX